La guerra civile del mariage gay
“Allo stato attuale dei fatti, non penso di partecipare alla manifestazione”, ha annunciato ieri Frigide Barjot, portavoce della “Manif pour tous” che si oppone alla legge con cui in Francia, dal 23 aprile, sono state introdotte le nozze per le coppie dello stesso sesso, con la possibilità di adozione. Sulla mobilitazione convocata per domenica pomeriggio a Parigi, e preparata da centinaia di comitati spontanei in tutto il paese, pesa ora l’incognita Printemps français: nome che indica la galassia di piccoli gruppi della destra radicale, ostili al matrimonio gay ma anche – e fortemente – alla Barjot e alla sua leadership nel movimento.
16 AGO 20

“Allo stato attuale dei fatti, non penso di partecipare alla manifestazione”, ha annunciato ieri Frigide Barjot, portavoce della “Manif pour tous” che si oppone alla legge con cui in Francia, dal 23 aprile, sono state introdotte le nozze per le coppie dello stesso sesso, con la possibilità di adozione. Sulla mobilitazione convocata per domenica pomeriggio a Parigi, e preparata da centinaia di comitati spontanei in tutto il paese, pesa ora l’incognita Printemps français: nome che indica la galassia di piccoli gruppi della destra radicale, ostili al matrimonio gay ma anche – e fortemente – alla Barjot e alla sua leadership nel movimento. Il quale, soprattutto grazie a lei, è stato emancipato da ogni sospetto di omofobia: tra i portavoce c’è il ventiduenne Xavier Bongibault, ateo e omosessuale, fondatore di Plus gays sans mariage e stanco di “essere ostaggio di una minoranza di attivisti settari che costringono al silenzio la maggior parte degli omosessuali”.
Alla Barjot, gli oppositori radicali al mariage gay rimproverano di aver recentemente suggerito una sorta di Pacs rafforzato, senza possibilità di adozione, come alternativa alle nozze omosessuali. Da allora, per lei, alle minacce di morte da parte di chi sostiene il mariage pour tous si sono aggiunte quelle di chi le rimprovera l’intesa col nemico. Il suo stesso commento al suicidio di Dominique Venner (l’intellettuale della destra tradizionalista che si è sparato a Notre Dame il 21 maggio, anche per protesta contro le nozze gay) non è piaciuto alle frange estreme. “La violenza del suo atto condanna tutte le violenze al margine del movimento che abbiamo costruito, che è un movimento di pace”, aveva detto la Barjot, pur esprimendo compassione per Venner. Il giorno dopo, si è vista recapitare un fazzoletto insanguinato, accompagnato dal “consiglio” di non parlare di unioni civili gay durante il comizio previsto domenica al termine della Manif pour tous.
L’intenzione di studiare il modo di sciogliere d’autorità Printemps français per i suoi “appelli alla violenza” è stata intanto annunciata dal ministro dell’Interno, Manuel Valls. Il 18 maggio, in un comunicato, la sigla invitava alla “nuova resistenza all’ideologia” contro “il governo attuale e tutte le sue appendici, i partiti politici collaborazionisti, le lobby dove si elaborano i programmi dell’ideologia e gli organi che la diffondono”. La portavoce di Printemps français, Béatrice Bourges, ha respinto le accuse di Valls: l’invito non è alla violenza ma “a una resistenza alla Gandhi, eventualmente illegale”, ha dichiarato. E si è detta “triste per il fatto che in questo paese si arrivi a una simile negazione della democrazia”.
Sta di fatto che crescono incognite e nervosismo, per quella che è stata pensata come la grande festa popolare di chi è convinto che ogni bambino abbia diritto ad avere una madre e un padre, e di chi vuol riaffermare la volontà di non smobilitare. Una legge approvata può essere abrogata, si dice, anche se il 29 maggio, a Montpellier, sarà celebrato il primo matrimonio francese tra due uomini (“ci sposiamo come atto militante”, hanno annunciato i nubendi). Ma non è molto incoraggiante, per le famiglie con bambini, per i gruppi parrocchiali, per la gente pacifica, sapere che la piazza del 26 maggio potrebbe essere a rischio di incidenti. A questo si aggiunga l’atteggiamento della chiesa francese, mobilitata alla base ma molto tiepida ai piani alti della Conferenza episcopale. La sensazione è che, con poche eccezioni, quella del 26 maggio, per i vescovi d’oltralpe, sia veramente una “manif de trop”, come motteggiano i socialisti al governo, più che “pour tous”. Si invitano i fedeli a partecipare a partire “dalla propria coscienza”. “Far cadere la collera”, ha scritto il quotidiano cattolico La Croix, è il senso di un documento sulla nuova legge che il Consiglio famiglia e società della Cef farà uscire prima dell’estate. Dopo il tempo delle manifestazioni, si dice, è arrivato quello della riflessione. L’appuntamento di domani a Parigi dirà se è davvero così.